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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Vado ai Massimi


15 luglio 2011

Tombola!

 

D'Alema passa per gelido funzionario di partito. Algido professionista della politica. Eppure è stato per quattro ore a girare per la Festa di Roma, ad abbracciare e salutare questo e quello, a parlare con tutti, mostrando gentilezza e attenzione per ognuno, sempre col sorriso sulle labbra (meno quando Giannini sul palco lo stuzzicava...). Poi dicono che è 'cattivo', che compra soltanto barche, ha pessimi amici, progetta fantasiosi escamotage per salvare Berlusconi! Macché! Ha ragione Jessica Rabbit: non sono cattiva, è che mi dipingono così! Difatti. Una parte dell'intervista è stata riservata da D'Alema a spiegare le ragioni (solidissime) per cui quelli che girano sul suo conto (inciucista è la formula più tenera) sono soltanto attacchi personali da parte di chi lo odia (ha detto proprio così), aggiungendo però che in politica è normale essere avversari per le proprie 'convinzioni' personali. Ha pure detto che se molti lo odiano, tanti altri gli vogliono senz'altro bene! E li è cascata la Festa, che si è sperticata in un applauso caloroso e sincero. Giorgio l'ho ripreso commosso che voleva salire sul palco ad abbracciarlo, scavalcando il muro di persone che lo sepravano dal Lider Maximo! Vero! Ma la più bella D'Alema l'ha detta a proposito della sua solita, leggendaria 'barca'. Giannini ha sottolineato che quella barca fu acquistata proprio da uno degli inquisiti. Lui ha precisato che era successo nel 1994, e che forse per l'acquisto della barca ormai poteva persino invocare la 'prescrizione'! Grande!

Nella foto, Giorgio visibilmente commosso e impacciato, ha appena consegnato a Lui una copia autografata e dedicata di Post-scriptum. Tombola!


8 luglio 2009

Socialdemocrazia e krisis

 

Giorni addietro, al Convegno dei “Liberi Democratici” rutelliani, Massimo Cacciari, dicono i giornali, ha tuonato di par suo. Le critiche più forti sarebbero andate a Bersani, nemmeno presente all’incontro (verso il quale, a dire il vero, un po’ tutti gli interventi si sono esercitati nella polemica).

Sono cacciariano da una vita (esattamente dal 1977, quasi folgorato dalla lettura delle sue parole-chiave su La Città Futura adornatiana), e dunque immaginerete con quale trepidazione segua da sempre gli interventi del maestro. Stavolta, però, mi ha un po’ sorpreso. Conosciamo i capisaldi della proposta cacciariana: federalismo, partito del Nord, territorio, autonomie, una forte attenzione al corpo sociale, alle figure emergenti e alle loro modificazioni nel tempo, fortissima critica di ogni posizione di rendita (soprattutto finanziaria), egualitarismo.

Be’, se c’è un candidato che più di altri sembrerebbe corrispondere (almeno in parte) a queste indicazioni politiche quello è proprio Bersani. Un tipo pragmatico, che nel Nord cresce politicamente e culturalmente, ed è portatore di una grandissima attenzione alle figure sociali, produttive, comprese quelle imprenditoriali, operanti nel territorio e non nel cartaceo mondo della finanzia. Certo, non ha sostenuto la proposta di un partito del Nord, ma ha messo Penati a capo del suo comitato, e passa molta parte del suo tempo ad ascoltare quel che si dice nelle realtà produttive, e dunque nelle province settentrionali. Senza contare che, ai tempi della vicenda Englaro, ad Annozero, fu quello che più colpì nel rigore e nella chiarezza anche concettuale con cui difese le posizioni laiche.

Il territorio, Bersani l’ha messo davanti a tutto: partito territoriale, popolare, radicato; economia reale, produttiva; autonomie locali; vita quotidiana al primo posto. Eppure Cacciari ha sempre preferito Rutelli, Franceschini, Veltroni. Ossia la politica prevalentemente mediatica, leaderistica, generalista come le televisioni di una volta. Forse perché Bersani è equiparato alla socialdemocrazia, ossia una tendenza politico-culturale sulla via del tramonto (secondo l’opinione generale). E probabilmente Bersani di lì è transitato, ma certo lì non si è fermato. Cacciari dice che il centrosinistra non ha saputo contrapporre una propria “cultura” egualitaristica alla “disuguaglianza” proposta e coltivata dal centrodestra. E non avrebbe nemmeno saputo creare i meccanismi giusti (nuovi) per avviare un’efficace redistribuzione del reddito. E neanche saputo fermare lo strapotere della rendita finanziaria. Mi chiedo: Rutelli dov’era, in questi anni? È lui uno di quelli che ha perso, o no? Così Franceschini. Per non parlare di Veltroni. Diamo a tutti un’altra possibilità? D’accordo. Ci vuole tanta pazienza. Ma perché mettere la croce sul povero e unico Bersani? Perché è alleato a D’Alema? Perché presunto socialdemocratico? Aridanga.

Nella sua discesa in campo, Bersani ha detto di volere un partito “popolare, radicato nel territorio”. Ha detto che il PD ha un progetto privo di “basi culturali solide”. Ha parlato di partito laico, popolare, del lavoro, non classista, non populista, legato alla vita reale, capace di rendere concreta l’uguaglianza. In una vecchia intervista a L’Espresso ha detto no al partito del Nord, non perché volesse negare le specifiche esigenze di quelle regioni, ma perché, a suo parere, serve un partito che “prenda le mosse dalle esperienze locali e vada a rappresentarle a Roma e non un partito dove ognuno parli stando a casa sua”. In una specie di solitudine regionale. È un’opinione legittima. C’è dietro anche la storica esigenza di parlare lo stesso linguaggio a Nord come a Sud, forse la vecchia utopia di “riunificare” un partito e un Paese. Così pure lo spirito nazionale della tradizione della sinistra italiana. Tutto meno che l’incapacità di ascoltare le “voci” del settentrione produttivo (e delle figure produttive in genere, dovunque si trovino geograficamente).

Non mi pare che il partito mediatico, liquido di Veltroni, o la telegenìa di Rutelli, o il “nuovo” franceschiniano, o il piombinismo, dicano sul tema cose migliori e più nette di queste, manifestino maggiore sensibilità verso il dinamismo del territorio, aderiscano con più efficacia alla realtà locale. Non lo è stato sinora, nemmeno lo sarà in futuro. Eppure Cacciari sta lì. In quei pressi. Peccato.


5 luglio 2007

La voglia di pasta frolla

 

Deve aver contagiato anche Giovanni Sartori che oggi scrive sul Corriere della Sera: “…Un buon sistema elettorale può solo risultare da un accordo trasversale tra i partiti maggiori. O così o niente. E chi vuole il niente deve essere identificato come tale. Non gli deve essere consentito di farla franca”.

Poi, lo stesso Sartori, aggiunge pure un pizzico di sane letture delle quali sembrerebbe che la nostra classe politica abbia realmente bisogno. Insomma, cominciano ad arrivare risposte sul chi dovrebbero essere i commensali. Almeno a grandi linee. Attendiamo fiduciosi i nomi e i cognomi.




permalink | inviato da L_Antonio il 5/7/2007 alle 12:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 luglio 2007

La pasta frolla

È tempo di riforme: costituzionali, elettorali, istituzionali. E, conseguentemente, è tempo di nuovi impasti, di caminetti e di crostate. Il problema è: a chi tocca questa volta il dolce desco? Non è che dovremo richiamare in servizio permanente e effettivo il povero D’Alema? Tanto per affibbiargli l’onta di qualche nuovo “impasto” o per fornire nuovi spunti alla società civile di turno. È tempo di riforme… i commensali dove sono?




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12 giugno 2007

D'Alema facci sognare davvero!

Riprendo questo breve stralcio di un articolo comparso su Repubblica di oggi, 12 giugno, a pag. 7:
«Nessuna ragione processuale per dare i colloqui in pasto ai giornali. "Nessuna" ripete D'Alema. Allora deve esserci altro sotto: "E ho qualche idea in proposito. Prima o poi bisognerà farla venire fuori..."».
E allora falla venire fuori l'idea, Presidente. Fallo subito. Non attendere. Facci sognare per davvero!




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